RICORSO — brief del 2026-10-24

Il Golfo brucia di nuovo, e Washington tra midterm e guerra usa ogni leva, dai dazi ai carichi di diesel, per tenere insieme consenso interno e potenza esterna

Il filo comune di oggi è la guerra con l'Iran, giunta all'ottavo mese, che spinge il Brent a 117 dollari e svuota la Riserva Strategica americana ai minimi dal 1982. Intorno a questo shock l'amministrazione Trump ritaglia esenzioni sui dazi canadesi, apre al diesel russo e promette di occuparsi di Cuba: sono mosse calibrate sulle midterm del 3 novembre più che su una strategia unitaria. Altrove la pressione militare e di sicurezza si estende, dalle demolizioni a Hebron alla strage di Karak, dalle tregue locali come Oleshky alle restrizioni Starshield che Kiev legge come segnale politico. Sul piano economico crescono le barriere e i blocchi, dal CBAM europeo alla rivalità tecnologica e navale USA-Cina alla vigilia del vertice Trump-Xi. Il quadro è quello di un sistema in cui energia, commercio e sicurezza sono ormai un unico campo di pressione reciproca, con la scadenza elettorale americana come orologio.

“La guerra delle petroliere del 1984-1988 intrecciata con la stagflazione e la distensione logorata degli anni Settanta. Come allora, il conflitto nel Golfo non blocca del tutto i flussi, ma alza premi di rischio e prezzi e danneggia l'ambiente, mentre le grandi potenze trattano e competono insieme. Governi sotto pressione inflazionistica fanno eccezioni pragmatiche con fornitori controversi, come il diesel russo, e usano scorte e concessioni selettive per ragioni di consenso interno. Il precedente suggerisce che la guerra può durare a lungo a intensità variabile e che la svolta arriva solo con una scorta navale o un cessate il fuoco, non con la diplomazia dei gesti.”

Rischi

Da osservare

Quando il barile sale più in fretta delle certezze, ogni potenza scopre che il petrolio non finisce nel Golfo, ma le promesse sì.

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