RICORSO — brief del 2026-10-27

Una settimana prima delle urne americane, la guerra con l'Iran pesa su prezzi, mercati e voti in mezzo mondo

La guerra USA-Israele contro l'Iran, giunta all'ottavo mese, è il filo che lega quasi tutte le storie di oggi. Con Hormuz bloccato la benzina americana sale a 4,29 dollari e l'LNG costa almeno 39 miliardi in più, e la Cina, colpita da un crollo azionario tech/AI da 2,4 trilioni, è costretta a chiedere più produzione petrolifera. Le urne diventano il campo di scarico di queste tensioni: Israele vota oggi senza una maggioranza chiara, negli USA l'esecutivo contesta in anticipo la legittimità di parte del voto del 3 novembre, e in Francia il carovita alimenta la piazza. Intanto gli attori regionali (Arabia Saudita, Turchia, Pakistan, Oman) cercano canali diretti con Tehran e meno dipendenti da Washington. Sullo sfondo la violenza settaria e di confine (Karak, Oromia, Moyale) continua con scarsa attenzione, e la tregua di Oleshky resta un gesto umanitario circoscritto in una guerra che prosegue.

“Gli anni 1973-1980: uno shock energetico mediorientale lega prezzi alla pompa, inflazione e fiducia nei governanti. Come dopo il Kippur e la rivoluzione iraniana, i governi in carica pagano nelle urne uno shock importato (Carter 1980, il Labor israeliano 1973-77, i repubblicani del 1966 come precedente di midterm in guerra). La differenza è che oggi gli USA sono grandi produttori di petrolio, il sistema politico è molto più frammentato e la legittimità del voto è contestata prima dello spoglio. Il ciclo di 'resa dei conti differita' israeliano del dopo-Kippur suggerisce che l'esito di oggi non chiuda la crisi ma ne apra la fase politica.”

Rischi

Da osservare

Quando il prezzo del carburante sale più in fretta della fiducia, sono le urne a pagare il conto della guerra.

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