RICORSO — brief del 2026-11-03

Guerra a bassa intensità e tregue che erodono: il 3 novembre il mondo vota, negozia e riarma sotto la pressione dell'energia e dei fronti aperti

Le storie di oggi ruotano intorno a conflitti che non finiscono e non esplodono: raid limitati a Qeshm mentre Vance parla di progressi sui colloqui con l'Iran, la strage di Komyshuvakha mentre Witkoff prepara la mediazione ad Abu Dhabi, raid quotidiani a Gaza sotto una tregua solo nominale. Lo shock di Hormuz si trasmette all'economia: il gas europeo sopra i 100 euro al MWh, gli stoccaggi tedeschi al 61%, i governi dell'Asia-Pacifico esposti alla politica americana. Le midterm di martedì, con la Corte Suprema che respinge Trump sulle schede californiane, fanno da cerniera politica, perché la pressione elettorale spinge verso una chiusura della guerra all'Iran. Intorno si moltiplicano segnali di fragilità istituzionale e di riarmo: la crisi di governo belga, lo stallo israeliano, il piano di difesa giapponese da 70.000-80.000 miliardi di yen e la guerra ibrida, dagli hack delle app di allerta al furto da 6,3 miliardi di cui l'FBI accusa Pyongyang.

“La guerra delle petroliere del 1987-1988: gli USA usano raid navali limitati e difensivi contro l'Iran nel Golfo mentre la diplomazia lavora in parallelo, e l'uscita dal conflitto arriva per esaurimento e pressione economica, non per vittoria. Si somma la rima degli anni Settanta, quando uno shock energetico spinse l'Occidente a costruire strutture di resilienza (come l'AIE) e a rivedere la propria dipendenza. Come allora, la tregua formale convive con la violenza quotidiana (Gaza, come il Libano dopo il 2024) e le guerre si chiudono tramite negoziati nati da un logoramento reciproco, non da una svolta decisiva.”

Rischi

Da osservare

Le guerre moderne raramente finiscono con una resa: finiscono quando la bolletta, le urne e la stanchezza pesano più dell'orgoglio.

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